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AZZURRO
a Tiziano Scarpa
Io mi sono macchiato, a detta di molti,
di colpe irrimediabili. Penso che non siano più atroci delle
infinite altre che questo sole torrido ha contemplato.
È vero, appartengo alla polizia di uno stato oppressore
della libertà. Sono stimato, dai miei corrotti superiori,
per la mia incorruttibile fedeltà al mio compito. La faccia
del commissario che mi porge un bicchiere di brandy non
è diversa da quella dell'uomo che ha smesso da poco di urlare.
Nella mia mente scorrono immagini odiose ai più. Ma se guardo
all'intreccio di vie che mi ha condotto a questo porto,
non trovo di essere stato più crudele o più codardo di mio
fratello, che occupa una posizione rispettabile nell'ordine
civile.
Ho ventitré anni, ma conosco già abbastanza del corpo umano
da saperne trarre il massimo spasimo o il massimo piacere.
(Ricordo un ragazzo, dal nome francese. Con aria di sfida,
mi disse che l'impulso che genera piacere o dolore è il
medesimo, solo il segno cambia. Sono stato, con lui,
non meno spietato che con altri.)
Non trovo differenze fra le contorsioni dell'orgasmo e quelle
della tortura; ma forse sono indotto a questo dal fatto
che molte delle donne che ho avuto - spesso di ottima famiglia
amavano immaginare che le stessi torturando, e sussurravano
confessioni non richieste.
In verità, non gioisco del potere che ho sui miei prigionieri.
Nessuno qui ne gioisce, benché non ci si faccia mancare
l'alcol per renderci più zelanti. Solo i nuovi arrivati
mostrano (non so quanto fingano) di godere dell'opportunità
di essere crudeli, e si fanno assegnare le donne.
Io mi sento il grado intermedio fra il potere esercitato
su di me dallo stato che difendo e quello che io esercito
sui prigionieri.
Senza avere ancora metà della loro vita, ho provato disprezzo
e pietà per uomini di cinquant'anni, che gridavano possedendo
una ragazza legata.
Tutto mi è indifferente.
Forse perché nessuna donna mi ha amato (io ispiro eccitamento,
non amore), neppure io mi sono mai innamorato.
Faccio quel che devo fare, provando un'ombra di piacere
nello svolgere le operazioni necessarie in modo efficiente
e rapido. Per questo sono già ispettore. E per questo vengo
impiegato in interrogatori veri e propri, e non collaboro
con le Squadre della Morte. Non credo che Dio, se esiste,
abbia tempo per premiarmi o punirmi. Non c'è niente al mondo
che mi piaccia davvero, niente che mi tocchi nel profondo,
tranne un colore.
Sono stato fortunato in questo, perché il desiderio avrebbe
potuto tormentarmi per una donna irraggiungibile, o per
un tesoro inafferrabile, o per un colore strano, misterioso
e inusuale. Invece, se solo il cielo è terso e sgombro da
nubi, e il sole non troppo intenso né troppo blando, io
posso immergere i miei occhi nell'azzurro.
Non so come, ho resistito all'impulso di tappezzare d'azzurro
le pareti della mia casa, quando l'ho avuta. Ho invece rivestito
del mio colore l'interno dei cassetti, che mi sorprendono
e accarezzano i miei occhi quando li apro distratto, pensando
ad altro. Il lampadario del piccolo salotto è azzurro, e
diffonde un universo diafano di azzurro, ammorbidisce, più
che illuminare, la notte intorno a me. La mia biancheria
intima (non la camicia) è azzurra, come il confortevole
interno della mia automobile. Penso con gioia che un fiocco
azzurro è stato il mio simbolo, un giorno.
I miei occhi sono neri. Non mi dispiace, perché intuisco
in qualche modo che c'è una connessione tra la mancanza
in essi del colore che amo, e l'amore stesso che provo.
Ma nei miei sogni, che non sono mai angosciosi, figure luminescenti
e azzurre emergono e mi guidano tra bui corridoi.
Oggi, come sempre, ho bendato gli occhi di un prigioniero,
perché non mi distogliessero né influenzassero in nessun
modo la mia opera. (A volte immagino di ucciderli subito
con una prima scarica violenta, lasciando la bocca silenziosa
e gli occhi spalancati e limpidi.)
Vivo immerso nell'azzurro. Il sangue che cola non tocca
il fiore celeste, intangibile, in me.
Mi hanno detto che la rivoluzione è ormai vicina (noi
li torturiamo per sapere quando loro ci uccideranno).
Mani rese invincibili dall'odio mi afferreranno. Dita inesperte
mi strapperanno grida imperfette. Morirò certo troppo in
fretta. Ma l'ultima immagine, l'ultimo urlo, l'ultimo battito
del cuore, avrà il colore e il sapore dell'azzurro.
(Se esisti, se non ti sono indifferente, fa' che mi prendano
all'aperto, sotto un cielo terso e sgombro da nubi, e un
sole né troppo intenso né troppo blando...)
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