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rassegna stampa - Contagi#1 - DUELlanti

maggio 2004
DUELlanti

CONTAGI, CANZONI E LETTERATURA
Un volume di interviste a cantautori di ieri e oggi

Ho sempre pensato che le canzoni si dividano in belle e brutte, e non in politiche (quindi "serie") o non politiche ("superficiali").
A costo di sembrare provocatoria, mi sembra più impegnata "cosa resterà di questi anni Ottanta", o "mio fratello è figlio unico perché non ha mai criticato un film senza prima vederlo", o "ed ho imparato che nella vita nessuno mai ti dà di più", perché nella loro semplicità mi sembrano più reali di "trionfi la giustizia proletaria". Anche a rischio di qualunquismo ("I soldi, lo so, non danno la felicità, ma immagina però come può stare chi non li ha"). Mi ha sempre colpito, alle manifestazioni di sinistra, sentire una folla che canta L'Internazionale o Bella ciao (ormai divenuta una cover dei Modena City Ramblers). Ma esiste davvero una colonna sonora condivisa? Dietro i cori c'è l'intenzione di sapere, vivere e volere più o meno le stesse cose?

Il dubbio mi rimane. Proprio per questo, per me De André ha sempre rappresentato un modo di fare canzone mai dogmatico, quanto meno aperto al dubbio. A cinque anni dalla sua morte, il suo Anime salve è sempre un punto di riferimento più politico (nel suo vero senso di reale, imbevuto di realtà e non di slogan e frasi bandiera) di quanto possa esserlo qualsiasi operazione alla "il mio nome è mai più", dei refrain logori di Manu Chao, dei generali kamikaze, per quanto sinceri siano nelle intenzioni. Perché è facile sgolarsi a cantare "l'ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto" se non ci si mette mai in discussione. La canzone politica spesso rischia la pesantezza, il dogmatismo, il veloce deperimento.

Ad aiutarmi a fare un po' più di chiarezza sul tema canzone e politica arriva un percorso (Contagi # 1 della No Reply, libro più un curioso cd, euro 19,50) che indaga i rapporti tra musica e letteratura, e che tocca anche spesso il politico.
Introdotto da Aldo Nove, e a cura di Marcello Parilli, Luca Castelli e Giorgia Fazzini, raccoglie interviste a un gruppo eterogeneo che va da Manuel Agnelli a Ivano Fossati, da Cristiano Godano a Enzo Jannacci ("poveri cantautori, così belli di dentro, così brutti di fuori"), da Massimo Bubola a Cristina Donà, da Pacifico a Claudio Lolli, fino a Flavio Giurato (a cui è dedicato il primo libro della casa, anch'esso corredato di cd live).
E a molti altri. Arbitrario come lo è una scelta di persone a cui porre le stesse domande, e per questo ricco di sorprese. Dopo una prima parte che aiuta a ricostruire senza pedantezza la storia della canzone autorale italiana, arrivano le interviste. Si scopre che Dalla cita una dichiarazione poetica di Brecht sul comunismo, che Fossati allontana da sé tutto quello fatto prima del '77, che Vecchioni richiama l'attenzione sul fatto che in una canzone ci dovrebbe essere sia l'umano che il politico, che c'è chi, come Cesare Basile si riconosce nell'affermazione di Bukowski per il quale "parlare di politica è come metterlo nel culo a un gatto".

Tante voci, dalla scena vecchia e nuova, che ripensano il proprio fare artistico e le responsabilità comunicative. Certo, nella svalutation attuale succede di tutto e si deve prenderne atto: per le major dovrei esultare perché ho comprato un cd "nice price" a 15 euro. Quel poco rosso che rimane è pure relativo. Chi guarda Sanremo con il telefonino fa vincere Masini per cancellarsi di dosso il complesso di colpa per la morte di Pantani.
E due cantanti teoricamente critici verso lo status quo (Daniele Silvestri e Frankie Hi Nrg) rispondono contenti alle domande incrociate alla tv di Berlusconi. Eppure sono proprio le loro canzoni - ma sono politiche? - a sembrarmi le più appropriate per il presente. Non credo apolitico, ma in cerca di risposte: il "Conto quanto Kunta Kinte/ e quanto Kunta Kinte canto" e "Quando sei in cabina/ e giochi la schedina/ ricordati che sei/ colonna di un sistema".

Raffaella Giancristofaro

 

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