|
25 maggio 2004
Il Mucchio
Videre Leviter.
Tanto si è detto, fatto e scritto per festeggiare
le nozze d'oro tra il medium di massa per eccellenza e il
suo pubblico. Articoli, trasmissioni, approfondimenti, che
però spesso si sono trasformati in vuoti cataloghi, in amarcord
colorati ma privi di un vero spessore storico e culturale.
Un panorama in cui un'iniziativa come quella di Luca
Ragagnin riluce come un faro nella notte. Notevole del resto
il coraggio insito nella sua stessa idea di partenza,
quella di raccontare in versi la storia della televisione
italiana; un progetto a rischio di scadere nell'autocompiacimento
o, peggio ancora, nell'inutilità kitsch, che invece l'autore
torinese ha saputo trasformare in un viaggio in una memoria
che è personale e collettiva insieme, riuscendo nel contempo
a congiungere due opposti che, a ben vedere, tali non sono.
Difficile, del resto, immaginare due forme espressive più
lontane tra di loro della poesia e della televisione: intima,
di non facile fruizione e relegata ormai in ambiti colti
la prima, (nazional)popolare e immediata la seconda, almeno
per come è oggi. Una distanza enorme, certo, ma non così
tanto, specie se, come in questo caso, l'occhio è puntato
verso il passato. Pur partendo da presupposti in questo
caso oggettivi (serial, programmi, conduttori, attori),
infatti, il ricordo dell'autore li filtra attraverso un
punto di vista estremamente soggettivo, legandoli a episodi
della propria vita e ai propri sentimenti, e in questo senso
la scelta dei versi e delle rime rappresenta la forma più
legata alla personalità di chi scrive piuttosto che a quella
di chi legge, non dovendo sottoporsi ad alcuna regola (o
aspettativa) di genere o di stile. Che poi, attenzione:
è l'autore stesso a specificare che, più ancora che di poesie,
vuole che si parli di testi, quasi si trattasse di canzoni.
E, in effetti, così è, almeno in parte, dacché, come consuetudine
della collana Contagi di No Reply, il libro è accompagnato
da un cd con composizioni inedite di membri di Subsonica
(Max Casacci, Samuel Romano, Boo-sta) e Marlene Kuntz (Dan
Solo), oltre che di LucaMOR dei Mau Mau, Cinemavolta, i
redivivi Dr. Livingstone, Gatto Ciliegia Contro II Grande
Freddo, Tiziano "Wooper" Lamberti e il contrabbassista jazz
Furio di Castri, impegnati con esiti alterni - ma mediamente
più che soddisfacenti - a creare sfondi sonori per alcune
delle liriche di Ragagnin, spesso recitate dal poeta stesso.
Il che rende l'esperienza sensoriale ancora più penetrante,
e dona ulteriori sfumature cromatiche al vortice di personaggi
e riferimenti alti e bassi messo in moto dal poeta torinese.
Un viaggio in cui le parole e le note giocano un ruolo di
importanza quasi paritaria, guide nel condurre lo spettatore
agli albori della televisione italiana, alle prime, pionieristiche
trasmissioni, per poi spostarsi attraverso programmi più
o meno celebri, quiz e sceneggiati, da Rin Tin Tin a Lascia
o raddoppia, da A come Andromeda a Sandokan, fino agli anni
'80 del Drive In e dell'urlo di Tar-delli, ai '90 degli
X-Files e di Mar-zullo e al presente di Blob, in un percorso
dettato non dall'importanza degli argomenti trattati ma,
come si diceva, dalla sensibilità dell'autore, che può così
passare con estrema facilità da figure celeberrime a nomi
ormai dimenticati.
Anzi, è proprio quando l'occhio e la penna si soffermano
sui singoli personaggi, magari di secondo piano, che i risultati
paiono migliori, su tutti i componimenti dedicati Ruggero
Orlando e a Nik Novecento, preso come sfortunato paradigma
di una televisione che oramai, in nome dell'audience, non
ha paura di aggirare e sfruttare anche l'ultimo tabù, quello
definitivo: la morte.
Quel che ne esce è quindi una geografia fisica e politica
allo stesso tempo, che parlando di tv finisce per tracciare
una mappa della cultura tutta degli ultimi cinquant'anni,
e che al contempo rappresenta una sorta di viaggio di formazione
anche per il poeta stesso, con il suo diventare uomo implicitamente
scandito dal mutare della concezione del mezzo televisivo,
dei suoi tempi e delle sue modalità espressive. Un percorso
nell'ambito di due immaginali - pubblico e privato - sovrapponigli
ma non coincidenti che tocca l'apice in Pixel, in cui un'alternanza
di voci si trasforma in compenetrazione e la tecnologia
si fonde con la religione fino a trasformarsi in un amore
al tempo stesso pensato e terribilmente, ineluttabilmente
fisico. Un orgasmo anche intellettuale al termine del quale
ciò che resta è una sensazione di vuoto o, meglio ancora,
di delusione per le potenzialità sprecate di una forma di
comunicazione oggi come oggi sempre più vacua e priva di
quella funzione di molla culturale che oramai è caratteristica
quasi soltanto di palinsesti notturni e canali satellitari,
rendendo di élite ciò che invece dovrebbe essere di massa.
Significativo che una riflessione come questa scaturisca
da un libro in versi, forma, come dicevamo, oramai lontana
dal gusto e dalle abitudini del grande pubblico !
Aurelio Pasini
|